No al sostegno della colonizzazione dei territori palestinesi

Trattamento discriminatorio dei palestinesi di Israele nei Territori palestinesi occupati

 ( articolo tratto da rapporto Human Rights Watch gennaio 2011)

  

I governi stranieri che sono i mercati di esportazione per i prodotti degli insediamenti non dovrebbe quindi fornire incentivi, quali il trattamento tariffario preferenziale per tali prodotti, in particolare nei casi in cui le continue violazioni dei diritti discriminatoria contro i palestinesi hanno contribuito alla produzione di beni - per esempio, i raccolti agricoli esportati da insediamenti che l'utilizzo di acqua da pozzi perforati israelo-che hanno prosciugato i pozzi vicini palestinesi, limitando la capacità di continuare a coltivare le loro terre agricole palestinesi 'e anche avere accesso ad acqua potabile.

Le aziende hanno direttamente contribuito alla discriminazione contro le violazioni dei diritti palestinesi, per esempio attraverso attività di business basato su terre che sarebbero state illegittimamente confiscato ai palestinesi senza indennizzo a favore dei coloni, o attività che consumano risorse naturali come l'acqua o cave di roccia in cui le politiche israeliane fornire insediamento accesso preferenziale industrie, negando l'accesso equo ai palestinesi. Queste imprese anche beneficiare di sovvenzioni governative israeliane, detrazioni fiscali, e accesso non discriminatorio alle infrastrutture, i permessi, e canali di esportazione; imprese palestinesi privi di un accesso equo a queste-benefici purché il governo sono a volte come conseguenza di non poter competere contro le aziende basati sui pagamenti in mercati palestinesi, israeliani, o straniero.

Le aziende che beneficiano direttamente dalla discriminazione dovrebbe urgentemente e in modo imparziale riesaminare l'impatto delle loro attività sui diritti umani dei palestinesi 'e individuare e attuare piani per prevenire e mitigare tali violazioni, in conformità con i loro codici di etica aziendale e con gli standard internazionali, come il " Ruggie quadro "sviluppato dal Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite sulle imprese ei diritti umani, e l'Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE) le linee guida per le imprese multinazionali, che richiedono alle imprese di rispettare i diritti umani delle persone colpite da le loro attività. Nei casi in cui si trova l'implicazione delle aziende 'in attività nei Territori palestinesi occupati per contribuire a gravi violazioni del diritto internazionale, compresi i divieti contro le discriminazioni, le aziende dovrebbero, di concerto con i coloni e palestinesi colpiti, fine a tali operazioni.

 

GERUSALEMME EST, TARGET DELLE POLITICHE COLONIALI E DI PULIZIA ETNICA DI ISRAELE

Articolo di Luisa Morgantini (già vice presidente del Parlamento europeo) del 6 marzo 2009

 

La Municipalità di Gerusalemme sta pianificando la demolizione di 88 unità residenziali incluse 114 case abitate da circa 1500 residenti palestinesi del Quartiere al-Bustan a Silwan –Gerusalemme Est- per sostituirle con un parco archeologico in un luogo in cui, anche se in modo controverso, si ritiene che 3000 anni fa vi avesse vissuto re David. Inoltre altre 36 famiglie palestinesi, circa 230 persone, hanno ricevuto nuovi ordini di demolizione per le loro case nel quartiere di Abbasieh, sempre a Silwan, e altre 55 famiglie nel Campo profughi di Shu’fat devono evacuare le loro abitazioni, alzando a 179 il numero totale delle case palestinesi che secondo i piani dovranno essere demolite: ancora una volta, colpendo Gerusalemme Est, Israele mostra chiaramente la continuità della sua politica illegale e coloniale e distrugge ogni possibilità per la pace. 

Se queste demolizioni a Silwan, dove gruppi di coloni sono da tempo impiantati, saranno realizzate, si tratterebbe del più grande progetto di demolizioni sin dall’inizio dell’occupazione israeliana nel 1967, per di più in un’area storica e simbolica di Gerusalemme Est, a meno di 400 metri dalla Moschea di Al-Aqsa e dal Muro del Pianto. Secondo un’organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem, le Autorità Israeliane hanno demolito circa 350 case a Gerusalemme Est dal 2004. Inoltre, per rapporti recenti (Peace Now) almeno 73.300 unità abitative israeliane saranno costruite in tutta la West Bank, raddoppiando il numero già esistente. Persino un gruppo di venti scrittori e ricercatori Israeliani – tra cui Amos Oz e David Grossman- in una lettera indirizzata al sindaco di Gerusalemme Nir Barkat hanno chiesto con urgenza di revocare le ordinanze di evacuazione di quelle persone dalle loro case perché tali politiche violano “i più elementari diritti umani” hanno dichiarato.

Demolire quelle case – le più recenti costruite più di 15 anni fa ma la gran parte costruite più di 80 anni fa, unico rifugio per generazioni e generazioni di palestinesi- rappresenterebbe un trasferimento forzato per migliaia di palestinesi, una catastrofe per molte famiglie –bambini, donne e anziani che saranno le persone che soffriranno di più- e anche un grande ostacolo per la ripresa di ogni negoziato di pace. 

 


ARTICOLO MOLTO ESPLICITO, ARRABBIATO E PRECISO, DI EDUARDO GALEANO.

(pubblicato da IL MANIFESTO, giovedì 15 gennaio, come editoriale).

PIOMBO IMPUNITO


Per giustificarsi, il terrorismo di stato fabbrica terroristi: semina odio e raccoglie pretesti. Tutto indica che questa macelleria di Gaza, che secondo gli autori vuole sconfiggere i terroristi, riuscirà a moltiplicarli.

Dal 1948 i palestinesi vivono una condanna all'umiliazione perpetua. Senza permesso non possono nemmeno respirare. Hanno perso la loro patria, la loro terra, l'acqua, la libertà, tutto. Non hanno nemmeno il diritto di eleggere i propri governanti. Quando votano chi non devono, vengono castigati. Gaza viene castigata. Si è trasformata in una trappola per topi senza uscita da quando Hamas vinse limpidamente le elezioni nell'anno 2006.

Qualcosa di simile era accaduto nel 1932, quando il Partito Comunista aveva trionfato nelle elezioni in Salvador. Inzuppati nel sangue, i salvadoregni espiarono la loro cattiva condotta e da allora vivono sottomessi a dittature militari. La democrazia è un lusso che non tutti meritano.

Sono figli dell'impotenza i razzi caserecci che i militanti di Hamas, rinchiusi a Gaza, sparano con mira pasticciona sopra le terre che erano state palestinesi e che l'occupazione israeliana ha usurpato. E la disperazione, al limite della pazzia suicida, è la madre delle spacconate che negano il diritto all'esistenza di Israele, urla senza alcuna efficacia, mentre una molto efficace guerra di sterminio sta negando, da anni, il diritto all'esistenza della Palestina.

Già non ne resta molta, di Palestina. Passo dopo passo Israele la sta cancellando dalla mappa. I coloni invadono, e dietro di loro i soldati modificano la frontiera.

I proiettili sacralizzano il furto, in legittima difesa. Non c'è guerra aggressiva che non dica d'essere guerra difensiva. Hitler invase la Polonia per evitare che la Polonia invadesse la Germania. Bush invase l'Iraq per evitare che l'Iraq invadesse il mondo.

In ognuna delle sue guerre difensive Israele ha inghiottito un altro pezzo di Palestina, e il pasto continua. Il divorare si giustifica con i titoli di proprietà che la Bibbia ha assegnato, per i duemila anni di persecuzioni che il popolo ebreo ha sofferto, e per il panico causato dai palestinesi che hanno davanti.

Israele è il paese che non adempie mai alle raccomandazioni e nemmeno alle risoluzioni delle Nazioni unite, che non si adegua mai alle sentenze dei tribunali internazionali, che si fa beffe delle leggi internazionali, ed è anche il solo paese che ha legalizzato la tortura dei prigionieri.

Chi gli ha regalato il diritto di negare tutti i diritti? Da dove viene l'impunità con cui Israele sta eseguendo la mattanza di Gaza? Il Governo spagnolo non avrebbe potuto  bombardare impunemente il Paese Basco per sconfiggere l'ETA, né il Governo britannico avrebbe potuto radere al suolo l'Irlanda per liquidare l'IRA. Forse la tragedia dell'Olocausto comprende una polizza di impunità eterna? O quella luce verde proviene dalla potenza più potente, che ha in Israele il più incondizionato dei suoi vassalli?

L'esercito israeliano, il più moderno e sofisticato del mondo, sa chi uccide. Non uccide per errore. Uccide per orrore. Le vittime civili si chiamano danni collaterali, secondo il dizionario di altre guerre imperiali. A Gaza, su ogni dieci danni collaterali tre sono bambini. E sono migliaia i mutilati, vittime della tecnologia dello squartamento umano che l'industria militare sta saggiando con successo in questa operazione di pulizia etnica.
E come sempre, è sempre lo stesso: a Gaza, cento a uno. Per ogni cento palestinesi morti, un israeliano.

Gente pericolosa, avverte l'altro bombardamento, quello a carico dei mezzi di manipolazione di massa, che ci invitano a credere che una vita israeliana vale quanto cento vite palestinesi. Questi media ci invitano a credere che sono umanitarie anche le duecento bombe atomiche di Israele, e che una potenza nucleare chiamata Iran è stata quella che ha annichilito Hiroshima e Nagasaki.

È la cosiddetta comunità internazionale, ma esiste? È qualcosa di più di un club di mercanti, banchieri e guerrieri? È qualcosa di più di un nome d'arte che gli Stati uniti si mettono quando fanno teatro?

Davanti alla tragedia di Gaza l'ipocrisia mondiale brilla una volta di più. Come sempre l'indifferenza, i discorsi inutili, le dichiarazioni vuote, le declamazioni altisonanti, i comportamenti ambigui rendono omaggio alla sacra impunità.

Davanti alla tragedia di Gaza i paesi arabi si lavano le mani. Come sempre.
E come sempre
i paesi europei se ne fregano.
La vecchia Europa, tanto capace di bellezza e di perversione, sparge una lacrima o due mentre segretamente celebra questo colpo maestro.

Perché la caccia agli ebrei è sempre stata un'abitudine europea, ma da mezzo secolo questo debito storico viene fatto pagare ai palestinesi, che pure sono semiti e non sono mai stati, e non sono, antisemiti. Essi stanno pagando, in sangue contante e sonante, un conto altrui.


(Questo articolo è dedicato ai miei amici ebrei assassinati dalle dittature latinoamericane sostenute da Israele)

(copyright Ips/il manifesto)


Il problema siamo noi. Non gli israeliani e i palestinesi.

Questo è il testo del discorso con cui Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace ha introdotto
   i lavori dell’assemblea nazionale per la pace in Medio Oriente che si è svolta ad Assisi sabato 17 gennaio 2009.
(Tutti gli interventi dell’Assemblea di Assisi saranno pubblicati nei prossimi giorni sul sito www.perlapace.it )


 
Grazie Tonio. Grazie a tutti voi che siete venuti ancora una volta ad Assisi.
 
Non è facile fermarsi e riflettere in modo pacato mentre si continua ad ammazzare, e tanto più è difficile riflettere in modo pacato in un paese dove, da alcuni anni sei quotidianamente chiamato a schierarti. O sei con Israele o sei automaticamente contro Israele. E se non sei con Israele diventi automaticamente un mostro da azzittire e da scacciare. Per questo, molti sono stati zitti in tutte queste settimane.
 
E allora io sento forte la domanda: quale deve essere il nostro atteggiamento davanti a questa tragedia?
 
Dobbiamo, io credo, innanzitutto tornare ad aprire gli occhi e guardare in faccia la realtà, per quello che è. Anche se la realtà ci viene troppo spesso, da lungo tempo, nascosta dal comportamento irresponsabile dei grandi mezzi di comunicazione che preferiscono seguire le linee dettate dalla grande macchina della propaganda israeliana.
 
Questa guerra non è molto diversa da quelle che l’hanno preceduta. È solo drammaticamente più feroce, più sconvolgente, più agghiacciante.
 
E’ una guerra sbagliata, illegale e pericolosa.
 
Sbagliata perché non riuscirà a proteggere la popolazione israeliana che dice di voler proteggere. Anzi la sta già esponendo a pericoli molto più grandi. E’ sbagliata per una ragione molto semplice: perché è sbagliato lo strumento.
 
La guerra non è più in grado, e lo abbiamo visto anche in Iraq, in Afghanistan e in tante altre parti del mondo, di raggiungere gli obiettivi che proclama. Ammazzare e devastare in modo così selvaggio la striscia di Gaza, eliminare i leaders di Hamas non risolverà i problemi di Israele. Lo sappiamo. Dopo di Hamas, se non ci sarà più Hamas, ci sarà un’organizzazione ancora più radicale e magari meno organizzata di quanto non lo sia questa organizzazione politica e sociale, con la quale sarà ancora più difficile, o magari impossibile tentare di negoziare.
 
Questa è una guerra illegale perché viola palesemente la carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione Universale dei diritti umani, il Diritto Internazionale dei diritti umani.
 
E’ una guerra pericolosa, perché invece di spegnere l’incendio sta gettando nuova benzina sul fuoco dell’odio e del fondamentalismo. Aprire dunque gli occhi e guardare in faccia la realtà vuol dire riconoscere che quella di Gaza è solo l’ultima battaglia di una guerra che si sta combattendo da tempo, lunghissimo tempo, in un’escalation inumana, drammaticamente pericolosa anche per noi, non solo per i popoli del Medio Oriente.
 
Dopo ogni battaglia si costruiscono muri che diventano più alti, si scavano tunnel e fossati che diventano sempre più profondi, si procurano armi sempre più potenti e si commettono stragi peggiori. Prima di questa battaglia c’era stata un’altra battaglia che ha generato questa battaglia, l’assedio di Gaza, e prima dell’assedio di Gaza il lancio dei missili Qassam, l’occupazione militare di Gaza, della West Bank, il muro di separazione sul territorio palestinese etc. etc. etc…
 
Aprire gli occhi e guardare in faccia la realtà vuol dire riconoscere che siamo giunti davanti ad un bivio. Non è il problema solo di questa guerra, di questa battaglia. Siamo giunti ad un bivio molto più radicale: o ci impegniamo tutti a scrivere la parola fine a questa tragedia, oppure finiremo per esserne travolti.
 
Questa è la scelta che dobbiamo fare oggi. Anzi che avremmo dovuto fare da tempo, e oggi il tempo si sta riducendo rapidamente e drammaticamente, come si sta riducendo anche lo spazio per un’azione politica efficace.
 
Oggi l’obiettivo più urgente è il cessate il fuoco, e come ha detto anche ieri il Segretario Generale dell’Onu, sarebbe bene che fosse anche unilaterale. Speriamo in uno stop unilaterale da parte di Israele, perché non possiamo più tollerare per un solo istante questo terribile bagno di sangue.
 
E allora io vorrei fare ancora una volta, a nome di tutti i presenti -questo è il motivo primo per cui siamo venuti oggi ad Assisi- vorrei innanzitutto fare appello alla coscienza personale, prima ancora che alla responsabilità istituzionale dei leaders politici del nostro paese, che ancora non hanno aperto bocca, o che l’hanno fatto maldestramente, per tentare di fermare questa guerra, per tentare di fermarla subito!
 
C’era altro da fare prima. Perché questa guerra è stata preparata in almeno quindici mesi. Bisognava intervenire prima, forse bisognava prevenirla, impedirla! Ne hanno discusso a lungo gli israeliani, apertamente, sui loro giornali, e noi non abbiamo fatto nulla per impedirla!
 
Ma la cessazione momentanea di questa barbarie non basta, se non sarà appunto accompagnata da una volontà politica nuova, inedita, di risolvere definitivamente la questione palestinese.
 
Negoziati senza fine potano solo ad una guerra senza fine, non alla pace.
 
Lasciare da soli i palestinesi e gli israeliani nella ricerca di un accordo giusto e realistico è da irresponsabili. Non ce la faranno!
 
Continuare a dividere i palestinesi in buoni e cattivi, in moderati ed estremisti e poi bastonare e umiliare entrambi, vuol dire scegliere la guerra non la pace!
 
Ecco perché è venuto il tempo di smettere con la retorica, di smetterla con gli appelli agli israeliani e ai palestinesi. Non è questo il punto. Il punto non sono più loro. Dopo quarant’anni e passa di conflitto, il punto siamo noi, l’Italia, l’Europa, la Comunità Internazionale, il terzo che non c’è.
 
Dice Norberto Bobbio, lo voglio citare con le sue parole “ Il conflitto termina o con la vittoria di uno dei due rivali o con l’intervento di un terzo, o sopra o in mezzo o contro i due rivali. Occorre che emerga il terzo cui le parti si affidino o si pieghino.”
 
Ho sentito il presidente degli Stati Uniti, Obama, citarlo nella sua prima intervista, quella che ha rotto il lungo e allarmante silenzio che ha preceduto la sua elezione. L’ho sentito citare l’esigenza di questo Terzo, e credo che l’Europa, l’Italia, ciascuno di noi farebbe bene ad andare a vedere cosa c’è dietro questa dichiarazione, senza perdere altro tempo. E poi cominciare a lavorare di gran lena.
 
Ecco perché, per fare la pace in Medio Oriente, c’è bisogno di qualcosa di veramente nuovo. Non lo dico solo per pietà, che pure mi sembra una merce rara in questo periodo, non solo nei palazzi che ci governano ma anche purtroppo in tanti silenzi un po’ preoccupanti in tanti di noi, di tanti italiani. Non lo dico solo per pietà, lo dico per realismo politico.
 
Ero a Gerusalemme quando è iniziata la strage. Proprio quattro settimane fa. Era di sabato come oggi. Erano le dieci di mattina. Andavo alla Moschea e al Muro del pianto con la mia famiglia quando, improvvisamente, abbiamo visto tutti i palestinesi fermarsi dentro i loro negozi -hanno delle piccole televisioni- e abbiamo visto scorrere delle immagini terribili,…
 
Ho provato in tutti quei giorni un disagio profondo per quello che non passava mai sui teleschermi: la voce dell’Italia, la voce dell’Europa, l’ho cercata… senza mai trovarla.
 
Concludo, perché non abbiamo molto tempo.
 
Ci si chiede: cosa possiamo fare? Abbiamo già detto che bisogna fare un salto. C’è bisogno di un salto della politica. Dobbiamo tornare certamente ad occuparci delle vittime, da tutte le parti, di questo conflitto, ma dobbiamo innanzitutto lavorare qui a casa nostra.
 
Ci dicono che non abbiamo proposte politiche. Ci dicono che non possiamo prescindere dalla questione della sicurezza dello Stato d’Israele. E allora io vorrei fare una sola osservazione, una sola proposta su questo punto, perché questa è certamente la domanda che sta più a cuore agli israeliani ed io penso che noi tutti che siamo qui abbiamo la stessa domanda nel cuore. E, dunque, abbiamo un dovere di risposta.
 
Mi domando se questa guerra fosse il solo modo di rispondere all’attacco dei Qassam e alla logica della guerra permanente. Mi sono domandato e mi domando oggi se Israele non avesse avuto, anche in questo caso, come nel caso del Libano due anni fa e in tante altre occasioni, la possibilità di imboccare altre strade.
 
Mi domando se sia possibile che al terrorismo si debba rispondere in tutto il mondo con l’”orrorismo”, un orrore che oggi purtroppo non è confinato nella Striscia di Gaza ma che continua a Kabul, che continua a Baghdad, che continua a Mogadiscio, in Darfur e in tante parti drammatiche del mondo dove la politica non c’è, di cui la politica non si occupa, in nessun momento, se non con qualche dichiarazione che di tanto in tanto serve a sopire le nostre coscienze.
 
E allora, dobbiamo dire che, forse, anche ad Israele non abbiamo dato una mano a trovare una strada alternativa.
 
Israele e la Palestina -l’ho già detto in altre occasioni- sono figli dell’Onu. Sono nati da una risoluzione dell’Onu. L’Onu è in qualche modo la madre sia d’Israele che della Palestina.
 
Penso,… bisognerebbe innanzitutto che i figli portassero rispetto alla madre, anche in politica e non solo nella vita di tutti i giorni.
 
Questi due popoli hanno entrambi diritto di vivere in sicurezza. Entrambi non hanno né pace né sicurezza. La sicurezza non è un problema solo d’Israele è anche un problema dei palestinesi. Per Israele c’è la sicurezza dello Stato, che per sessanta anni è stata gestita attraverso le armi. Per i palestinesi c’è la sicurezza umana che manca interamente.
 
Entrambi i popoli hanno diritto di avere gli stessi diritti e la stessa dignità. Bene, io credo che la madre di questi due popoli si prenda cura della sicurezza di entrambi i figli. Li ha generati e ora spetta innanzitutto all’Onu il compito di garantire e assicurare pace e sicurezza a entrambi.
 
Ecco un’idea, una proposta politica. L’Onu con il deciso sostegno dell’Unione Europea, si deve prendere l’intera responsabilità di garantire contemporaneamente la sicurezza d’Israele e anche della Palestina.
 
Dobbiamo arrivare presto alla pace, e se ci vuole un segno a marcare questa discontinuità, questa rottura con l’epoca della cultura e della pratica della guerra, portiamo la sede dell’Onu a Gerusalemme. Spostiamola da New York a Gerusalemme. Trasformiamo questa capitale dell’odio e della violenza nella capitale della pace e della riconciliazione, una capitale per i due popoli, capitale dei due Stati, aperta a tutte le religioni e ai tutti i popoli.
 
Ci si dica pure che siamo sognatori, ma poi si presenti qualche altra alternativa, qualche altra proposta, la si metta sul tavolo ora.
 
Purtroppo sappiamo che viviamo in un tempo di grande disordine internazionale, di grave crisi non solo economica ma anche politica, sociale e morale, che attraversa in particolare la nostra vecchia e nuova Europa. Quindi questo sogno, questa idea, questo progetto ha bisogno d’impegno, di gambe, non di deleghe.
 
E allora credo che noi, tutti noi che siamo qui riuniti oggi, abbiamo bisogno di assumere una responsabilità politica maggiore. C’è bisogno che la nostra iniziativa sia più continua, costante, che sia davvero di stimolo ai nostri governi e a tutti i responsabili della politica. E allora concludo con tre proposte concrete, che rivolgo a nome della Tavola della Pace, degli Enti Locali per la pace e i diritti umani, a tutti quanti noi.
 
Prima proposta. Quando torniamo a casa, da lunedì, costruiamo in ogni città un comitato per la pace in Medio Oriente. Mettiamoci insieme, riuniamo le istituzioni locali e tutti i cittadini, le persone che hanno deciso di non accettare più di assistere a quello che sta accadendo. Alziamo la nostra voce, interpelliamo i responsabili della politica ai quali facciamo riferimento, chiediamogli cosa stanno facendo. E poi alziamo il telefono, mandiamo una mail, scriviamo ai direttori dei nostri telegiornali. Diciamogli che non si può più continuare così, diciamogli che c’è bisogno di cambiare qualche cosa, se vogliamo non solo fare la pace ma salvare questo paese, salvarne la coscienza civile e la capacità politica di agire con efficacia nel mondo. Perché così non va, stiamo andando a fondo.
 
E poi rimbocchiamoci le maniche. Noi lanciamo una campagna per dare un futuro ai bambini di Gaza. Non so quanti di voi sanno che la città di Assisi, dove abitano poco più di 24.000 persone, ha un territorio comunale poco più piccolo di quello dove a Gaza vivono 1milione e mezzo di persone, circa 220 km quadrati. La Striscia di Gaza è un pochino più grande: sono complessivamente 330 km quadrati, ma c’è una parte che non è abitata perché fino a poco tempo fa era occupata dalle colonie israeliane. Questa è la situazione degli abitanti di Gaza. Una popolazione che ha un’età media di 17 anni. Il 56% degli abitanti di Gaza hanno meno di 14 anni, lo sappiamo questo? Aiutare i bambini di Gaza non vuol dire dimenticarsi dei grandi, vuol dire pensare a tutta la popolazione e io non credo che possiamo delegare al mondo arabo di ricostruire quello che Israele ha distrutto. Abbiamo una grande chance e una grande responsabilità che non possiamo sprecare.
 
Infine, la terza proposta. Decidiamo oggi, se siete d’accordo, di andare tutti insieme, questo anno, a Gerusalemme. Dobbiamo andarci tutti perché dobbiamo riportare l’Europa a occuparsi seriamente di quello che sta succedendo lì. Organizziamo una grande missione di pace in Israele e in Palestina. Con la Rete Europea degli Enti Locali in Medio Oriente abbiamo già deciso di farla, ma può essere una cosa nella quale andiamo in tanti, a ricostruire i contatti, le relazioni. Andiamo a parlare con tutti, uno per uno, in Israele e in Palestina, perché con entrambi abbiamo perso la capacità di conoscere e di dialogare.
 
Questo possiamo fare oggi. Noi. E se volete lo possiamo fare insieme. Grazie.
 
Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace
 
Assisi, 17 gennaio 2009


Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la pace e i Diritti Umani
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T 075/5722479 F 075/5721234
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Non si Può rimanere a guardare! Appello per Gaza. Firma anche tu.

C'è un modo per evitare il massacro di civili. C'è un modo per salvare il popolo palestinese. C'è un modo per garantire la sicurezza di Israele e del suo popolo. C'è un modo per dare una possibilità alla pace in Medio Oriente. C'è un modo per non arrendersi alla legge del più forte e affermare il diritto internazionale:

Arci
Forum Palestina

questa è una piccola cosa che ognuno di noi può fare contro la guerra,

 boicotta

Cominciamo con qualcosa di piccolo... ma, in questo mondo governato dal capitale, efficace:

quando andate al supermercato, nei negozi, nei mercati controllate la provenienza dei prodotti che acquistate.

 Se il codice a barre riporta il numero 729 non comprateli.

Cominciamo a togliere qualche arma a chi ne sgancia a tonnellate sulla popolazione palestinese.


La preghiera


Da: Scuola della Pace Lucca [mailto:scuolapace@provincia.lucca.it]
Inviato: giovedì 8 gennaio 2009 19.14
A: Undisclosed-Recipient:;
Oggetto: Notiziario speciale su Gaza

Notiziario speciale per Gaza

Il nuovo anno si è aperto con la terribile guerra che si sta svolgendo a Gaza.

Il conflitto tra Israele e il popolo palestinese si trova adesso in una nuova fase estremamente violenta, che si protrae da giorni e non lascia trasparire spiragli di pacificazione. La pace a Gaza non esiste da lungo tempo, non si può chiamare pace l’assenza di intervento armato che per brevi periodi viene sancita da esili tregue. Ma la recrudescenza di violenza nell’invasione che avviene in questi giorni, attraverso vie di aria, di terra e di mare, oscura ancor più ogni speranza nell’allentarsi della morsa della violenza.

Le centinaia di persone, bambini, bambine, donne, uomini che in questi giorni sono stati uccisi e le migliaia che in questi giorni stanno subendo le conseguenze della guerra ci interpellano e risvegliano la nostra indignazione.

Le migliaia di persone che tra i palestinesi e gli israeliani invocano la pace e agiscono da anni nella ricerca nonviolenta di una possibilità di esistenza, nella ricerca di una mutua solidarietà e di una collaborazione, le associazioni che vedono uniti israeliani e palestinesi che credono nella convivenza e nella relazione reciproca e integrata, chiedono oggi il sostegno di tutte le associazioni e delle persone che in tutto il mondo agiscono per la solidarietà e la pace. Chiedono oggi la nostra solidarietà, chiedono oggi che la nostra partecipazione alla loro sofferenza e la nostra indignazione divengano impegno e responsabilità.

“Questo massacro servirà solo ad alimentare il conflitto e a soffocare ogni rimanente speranza di pace tra Israeliani e Palestinesi.” La commissione internazionale di donne per una pace giusta e duratura tra Palestinesi e Israeliani il 28 dicembre ha espresso una valutazione che non possiamo non condividere ed ha manifestato due richieste che non possiamo non appoggiare: “la fine immediata dell’aggressione condotta dalle Forze militari israeliane a Gaza” e “l’impiego immediato di una forza internazionale per porre fine a tale follia, per proteggere i civili innocenti ed alleviare la crescente crisi umanitaria a Gaza”.

In questo notiziario speciale abbiamo raccolto una serie di documenti che ci permettono di comprendere ciò che sta avvenendo attraverso voci che non siamo in grado di ascoltare nei consueti strumenti di comunicazione, spesso imprecisi, spesso inadeguati, spesso mistificanti o addirittura menzogneri.

Abbiamo raccolto e vogliamo diffondere appelli che condividiamo e riteniamo possano essere sostenuti per la loro serietà e il loro coraggio: quello della Tavola della Pace, quello della Associazione Giovanni XXIII, quello di ARCI, ACLI e Legambiente, e quello di Pax Christi.

Abbiamo ricevuto attraverso l’Associazione “Popoli Diritti, Culture” il messaggio che ha inviato Diana Mardi giornalista palestinese nostra amica, che ha partecipato al 3° Forum della Solidarietà e intendiamo risponderle con la nostra solidarietà diffondendolo e sostenendolo.

Abbiamo raccolto alcune analisi e alcuni commenti che affrontano le questioni con rigore e assennatezza, alcuni presentano posizioni tra loro diverse e tengono conto della complessità della situazione.

L’incontro del 13 gennaio prossimo che avevamo concordato di dedicare alla prosecuzione della riflessione sulla nonviolenza vogliamo invece dedicarlo a discutere la violenta guerra di Gaza. Ci diamo quindi appuntamento alle 17,30 al Centro Illich (Via Santa Giustina 21) con l’obiettivo di definire insieme le modalità per esprimere con la maggior forza possibile il rifiuto di questa guerra.

Daremo nei prossimi giorni una informazione il più possibile tempestiva delle iniziative che si stanno preparando nella nostra città per esprimere il sostegno alla popolazione di Gaza.


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